Retroscena di Le Mans: via i sassolini negli stivali…

Aggiornato il: 15 lug 2019

Per festeggiare il mio compleanno ho deciso di aprirvi una pagina del libro della mia vita di corse. Ci sarà da ridere. (per qualcuno…)


La scorsa settimana si è svolta la più celebre gara europea di Endurance moto, la famigerata e temuta (per i partecipanti) 24 ore di Le Mans. Ricordo ancora oggi la mia prima edizione, nel 2006. La ricordo con affetto per svariati motivi: anzitutto era il primo anno in cui nel team non era più presente in modo fisso il mio Maestro Orazio Rama, che tuttavia partecipò alla gara arrivando il venerdì pomeriggio, delegando così al sottoscritto una serie di responsabilità forse più grandi dell’età che avevo e contribuendo così a velocizzare notevolmente la mia crescita professionale. Ma non solo per quello; all’epoca si correva anche ad Assen, e la trasferta di Le Mans fu la settimana subito successiva a quella della 8 ore in terra olandese. Un tour de force veramente significativo, soprattutto in un tempo in cui l’Endurance era veramente un campionato visto di serie A solo da equipaggi francesi, e comunque in un periodo storico in cui gli ingaggi erano molto più bassi, gli sponsor quasi inesistenti, e quindi gli organizzatori faticavano a trovare spazi e tempi adeguati a correre in modi decenti. D’altronde abbiamo tutti recentemente visto, seguendo il mondiale SBK, come in Olanda possa tranquillamente nevicare anche in Aprile, quindi non vi stupirà sapere che in quell’anno quasi mi ruppi una gamba scendendo dal furgone dopo una notte di molto relativo riposo, a causa del ghiaccio in terra…


Le Mans 2006, domenica, ore 14:50


Arrivare a Le Mans, un circuito con un nome così potente da farti tremare le gambe la prima volta che varchi i suoi cancelli, mi fece dimenticare immediatamente il pessimo risultato occorsoci ad Assen (caduta con ritiro) e mi riempì di speranza per quella nuova gara, così ricca di storia da farmi sentire già vincitore solo perché ero arrivato ad essere lì, con il ruolo che avevo, poco più che ventiquattrenne.


I francesi e il loro "modus operandi"

In quella prima occasione di gara, i nostri team managers (Sì, avete letto bene. Ne avevamo due…) decisero in accordo con un nostro pilota di allora, ovviamente francese, di appoggiarci ad un gruppo di meccanici forniti dal più grosso concessionario d'oltralpe del marchio con cui correvamo. Erano tanti, tutti vestiti griffatissimi con abbigliamento ufficiale del marchio, e sembravano tosti.

Sembravano…

Ci misero un’intera giornata solo ad adattare ed adesivare le carene che avevano portato per la nostra moto. Belle erano belle, per carità, ma ricordo che pesavano un quintale. E nel frattempo io ed il mio amico e collega (siamo ancora entrambe le cose, nonostante gli sviluppi successivi.) Fabio “Batacchi” Martinelli stavamo diventando isterici per la lentezza con cui questi lavoravano, perché vista l’esperienza decantata per questo gruppo di lavoro, i nostri team managers ci imposero di non toccare nulla fino al giorno della gara.

Ancora oggi ricordo con imbarazzo il momento in cui, alle verifiche tecniche, un commissario aspirò dal tappo del radiatore una siringata di liquido di un bel celeste brillante, e scoppiò in una fragorosa risata che nel mio petto ancora brucia…

Tornai al box livido, e con la politica che mi contraddistingue nella galassia, piantai due urli nel box come se fosse stata casa mia, e feci chiaramente capire a tutti che certe figure di merda non potevamo farle, in un campionato di quel livello. Quindi decisi di andare contro gli ordini di scuderia, e di prendere in mano la situazione, litigando ovviamente con i due team managers; così, coinvolgendo Fabio nella revisione TOTALE delle due moto da presentare in verifica, riuscimmo a passare il severo check.

Durante la settimana le prove furono intense, ma fin da subito i nostri piloti dimostrarono un ottimo feeling con la moto, un buon passo di gara, ed un discreto adattamento alla pista.

Terminammo la nostra prima 24 ore di Le Mans sesti assoluti, un risultato che oggi sarebbe da incorniciare ancor più di quanto non lo fu allora.

Imparammo molto da quella maratona devastante, che non era certamente il nostro primo rodeo, ma rappresentò la prima volta che ci scontravamo non solo con i soliti top team francesi, ma anche con una miriade di piccoli team privati come il nostro, agguerritissimi, a casa loro, ed in cerca di un risultato altisonante che li aiutasse a crescere in fama per procacciarsi migliori sponsor e piloti per le edizioni a venire.

Chi segue oggi l’Endurance dalla televisione, grazie al commento di uno dei più grandi appassionati nonché più preparati professionisti di settore che io abbia mai conosciuto in anni di carriera, Alessio Piana, si rende conto della velocità e dell’altissimo livello dei piloti che oggi corrono in questo campionato, ma purtroppo non si riesce ancora a dare il giusto spazio a chi rende veramente onore a ciò che è l’Endurance vero.


Le Mans 2007, sabato, ore 14:20. Il Tilli e Batacchi, da colleghi a contendenti, mai rivali, ancora amici


Già, perché l’Endurance, quello vero, a mio avviso non è quello dei top team. Ovviamente chi ha budget stellari, e si può permettere piloti ex MotoGP, SBK, o simili, non è meno degno di nota, perché corre con le medesime condizioni di difficoltà e rischio imprevisto di tutti gli altri, anzi: come tutti noi motociclisti sappiamo, quanto più ti avvicini al limite, tanto più il rischio aumenta. Ed alcuni ritiri "eccezionali" che si sono visti negli ultimi anni confermano quanto ora scrivo, ma non è questo il punto. Sì, perché è lapalissiano che nel momento in cui puoi permetterti di far correre un nome di un certo peso, DEVI avere alle spalle una struttura di un certo peso.

Ho sottolineato quel DEVI, perché purtroppo anche a me è successo, peraltro recentemente, di finire in realtà che non avrebbero dovuto nemmeno entrare in un circuito per correre i pareggiamenti tra i domenicali, vista la preparazione e l’organizzazione generale del team, ma si sa…tutti sbagliano…

Ma posto il fatto che non si può partire per un’avventura quale una gara di Endurance senza il minimo sindacale che serve, (leggi attrezzi normali, attrezzi speciali, ricambi, personale, ecc.) che, come detto, a volte manca anche in strutture che si prendono la libertà di esplorare questa specialità con nomi di iridati MotoGP, collaudatori, campioni italiani, ecc. senza avere la benché minima idea di cosa e come debbano fare per ottenere un risultato, quello che manca davvero è la mentalità.


Piloti italiani all'estero VS turisti italiani all'estero.

Permettetemi un paragone che prende libero spunto dalle mie personali esperienze di vita:

Se è vero, e lo è, che il viaggiatore, o il turista, (occhio, sono due concetti molto differenti!) italiano all’estero è sempre ben visto e benvoluto in tutto il mondo, per via della sua cortesia e della sua generosità, è altresì vero che il pilota italiano non gode della medesima buona fama.

Infatti, quantomeno nell’Endurance, il passionale italiano non viene visto di buon occhio in sella, perché alterna troppo spesso e molto male la sua capacità professionale con l’emotività che è insita nel nostro DNA mediterraneo, e ci spinge ad essere troppo “caldi” in determinate situazioni. A tal proposito io stesso, prima di riuscire ad essere sempre quanto più lucido riuscissi per le funzioni che mi hanno occupato negli anni di corse nei vari team a vari livelli, ho dovuto lavorare molto su me stesso…e sono ancora molto lontano dal punto in cui vorrei essere.

Il pilota italiano medio chiede l’impossibile a sé stesso ed al team, portando più verso lo sconforto e una spirale autodistruttiva il gruppo di lavoro anziché aiutarlo a crescere. Negli anni ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare anche con Piloti veri, e sia chiaro: non sono Piloti quelli con un curriculum sportivo da capogiro, bensì, almeno nell’Endurance e per quello che concerne la mia interpretazione dei valori in campo nella vita e nelle corse, quelli che sono capaci di mettersi in discussione sempre sul proprio operato. Io ho una vera adorazione per tutti quei motociclisti che si prodigano per apprendere qualcosa di nuovo anche se magari hanno già due titoli mondiali in tasca, o un palmarès da giocatori di briscola al bar del paese.

Ed è questo il punto: ormai manca l’umiltà, e questo ci rende lenti e poco appetibili sul mercato dei piloti.


Anche un ritiro può essere visto come una vittoria: abbiamo imparato qualcosa di nuovo.


Non frequento più attivamente il paddock dell’Endurance da poco più di due anni, tuttavia quando impari a leggere, certe cose non te le può nascondere più nessuno.

Inoltre, avere tanti ma tanti amici, italiani e non, ancora attivissimi in quell’ambiente, mi rende ricettacolo di notizie "non dette” che spesso non fanno altro che confermare ciò che avevo già ampiamente capito leggendo tra le righe di alcune dichiarazioni stampa, od osservando i movimenti all’interno dei box mentre venivano ripresi dalle telecamere, o dalle dirette instagram dei piloti o chi per loro, o dalle espressioni dei meccanici e degli stessi piloti negli attimi subito successivi alle prese di posizione ufficializzate generalmente dal team manager…

A me questa cosa disturba veramente tanto, e come dicevo nel titolo sono proprio sassolini negli stivali che vorrei togliermi, a volte, e non posso farlo scrivendo o dicendo la verità (quantomeno sotto un aspetto tecnico) con nomi e cognomi perché in questo paese conta più la tutela di una privacy (peraltro molto discutibilmente applicata) che la tutela della giusta informazione.

Inoltre, il mio Maestro mi ha insegnato che se devo parlare di qualcuno, devo farlo solo per parlarne bene. Quindi credo sia giusto osservare che ci sono anche Piloti italiani, alcuni per mia fortuna con cui ho avuto il piacere e l’onore di lavorare, come già detto, che vengono assoldati tra le fila di team esteri. Questo perché hanno saputo dimostrare i valori di cui parlavo prima: velocità, costanza di rendimento mentale e fisica, capacità di affinare il mezzo adattandosi alle esigenze dei compagni di sella, e soprattutto UMILTA’ e voglia di costruire INSIEME un risultato di cui potranno farsi vanto anche personalmente.

E se questo è vero per i piloti, è altrettanto vero per la squadra; perché nell’Endurance si vince o si perde insieme.

E forse è questo il motivo per cui ho sempre amato così tanto questa specialità: perché tutti noi, tutti quelli che l’hanno fatta crescere, quelli che ancora ci sono, quelli con cui affrontavi il campionato qualche anno da colleghi, e magari per alcuni anni a venire come antagonisti (vero, Batacchi??) hanno sempre saputo che questa era la verità di questa specialità, e ne hanno fatto un mantra.

Il claim del promoter Eurosport Events è “We love Endurance”, e sì: è proprio di amore che io posso parlare; perché nonostante le delusioni, le sofferenze, i tradimenti e le fatiche profuse, ciò che mi è sempre tornato indietro, a livello di pancia, mi ha arricchito così tanto dentro da farmi accendere un fuoco che ha sempre, istantaneamente, arso tutto il male che c’era. 

Ma quel male esiste, sappiatelo tutti.

E se imparerete a leggerlo, imparerete a capire chi è più e chi è meno meritevole di stare nell’ambiente di lavoro più bello che c’è, che è quello delle corse.

Troppo spesso ho visto sedicenti team manager che si mascheravano dietro un “errore umano da parte del team” quando non sapevano come nascondere la loro incompetenza nel gestire una situazione di crisi; o addirittura scegliere di ritirarsi arroccando le più improbabili scuse, ad esempio il sempreverde "guasto elettrico”, ottimo salvagente in quanto storicamente il più difficile da risolvere in un contesto di gara vista la difficoltà nella ricerca guasto, nonché quello che meno crea danno d’immagine al marchio con cui si corre, allo staff tecnico che segue la moto in pista, ed a chi a casa si occupa di preparare la moto. Ma potrei citarne molti altri. E tutto questo perché? Ci sono almeno due verità inattaccabili:

- per i soldi

- per l’immagine.

Velocemente: se e quando arriva un dato problema, che ti costringe verso le ultime posizioni di gara, la mentalità italiana media nel mondo delle corse spinge a pensare più a quanto si sta spendendo per non fare punti, piuttosto che realizzare quanto danno si sta facendo a sé stessi ed al team a livello di immagine andandosi a ritirare. Perché sì, i soldi sono fondamentali, ma soprattutto nell’Endurance, l’immagine di chi non molla, è ancora più importante. Ed ecco che tocchiamo anche il secondo punto. L’italiano medio nel mondo delle corse vede più onorevole un ritiro piuttosto che un brutto piazzamento. A prescindere dallo squallore di questo pensiero, va detto che chi approccia così l’Endurance, della specialità non ha proprio capito nulla, e farebbe buona cosa a tornarsene a giocare con le biglie sulla spiaggia, che è sicuramente il posto più adatto alla sua forma mentis di gara. Purtroppo negli anni ho visto sempre più spesso questa mentalità, e devo ammettere che anche questa è una delle ragioni per cui certe cose ora preferisco guardarle più dal di fuori, perché sono ancora troppo passionale per accettare certi “compromessi” che mi sanno più di prostituzione del mio impegno e del mio pensiero piuttosto che di adattamento alla situazione.

Questo tema, ora affrontato più di pancia che di testa, verrà sicuramente approfondito nelle pagine di questo blog, ed anzi: invito chiunque legga, tra addetti ai lavori e non, a scrivermi le proprie esperienze ed i propri pensieri a riguardo.


Dal mio imbarazzante archivio: Doha 2009. In una "The Pearl" ancora in costruzione, un gruppo di "The Pirlas"


Il mondo sta correndo verso importanti cambiamenti in tutti i settori, siate pronti ad accettare il cambiamento anche in questo, abbracciatelo senza paura, ed imparate ad essere più attenti ai piccoli segnali. Insieme possiamo costruire una realtà diversa e migliore anche nel mondo delle corse, anche da spettatori! Impariamo a dare giustizia a chi lo merita, diamo seguito a chi ha un valore per stare lì, e non a chi ha del valore.

Lo so, è una richiesta difficile, ed è complicato cambiare un sistema che funziona così da anni, ma una cosa che ho imparato in 15 anni di gare è che se lavori bene, anche ciò che sembra impossibile diventa possibile.


Buona strada!

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